domenica, 5 Aprile 2026

CGIL Milano logo
  • Home
  • /
  • Milano sa ripensarsi: ora diventi davvero città dei saperi

Milano sa ripensarsi: ora diventi davvero città dei saperi

Nell’editoriale pubblicato su Domani, Luca Stanzione – segretario generale della Cgil Milano – propone una chiave di lettura potente per comprendere la trasformazione in atto nel tessuto produttivo milanese: Milano non è più (solo) la città manifatturiera, né semplicemente la capitale dei grandi eventi. È già, nei numeri e nei processi, una città dei saperi. E deve avere il coraggio politico e culturale di riconoscersi come tale.

La capacità di Milano di ripensare sé stessa è un tratto storico. È stata città operaia ben prima che le statistiche lo certificassero nel 1971, quando l’occupazione manifatturiera toccò il suo apice. Allo stesso modo, oggi il cambiamento è già in atto, ma non sempre viene visto, nominato, raccontato.

I dati raccontano una trasformazione profonda: 400 mila lavoratori dell’area milanese producono innovazione, ricerca, cultura. Tra il 2014 e il 2024 gli occupati classificati come “quadri” sono triplicati. Un dato che si intreccia con l’avanzata dell’intelligenza artificiale, che sta ridefinendo le figure intermedie nei processi produttivi e rende sempre più superata la tradizionale distinzione tra operai, impiegati, quadri e dirigenti.

Un altro indicatore chiave è rappresentato dalle assunzioni di ingegneri: l’area milanese assorbe da sola circa il 74% delle assunzioni lombarde, in gran parte concentrate nella programmazione informatica. A questo quadro vanno aggiunti i luoghi della produzione di sapere: università, centri di ricerca pubblici e privati, filiere editoriali, culturali, artistiche e multimediali, insieme alla conservazione dei saperi artigiani e al valore spesso invisibile delle professionalità a più basso valore aggiunto, oggi sempre più oggetto di estrazione di competenze attraverso la raccolta e l’uso dei dati.

Questo insieme genera un vero ecosistema territoriale fatto di relazioni, scambi, competizione tra figure professionali, ma anche disuguaglianze e polarizzazioni.

Negli ultimi anni Milano si è raccontata al mondo come città dei grandi eventi, a partire dall’assegnazione di Expo 2015 Milano fino alle prossime Olimpiadi e Paralimpiadi Milano-Cortina 2026. Una traiettoria di sviluppo che ha coinciso con l’arretramento della manifattura e che ha garantito alla città un forte posizionamento nei ranking internazionali, attirando ingenti investimenti nella cosiddetta rigenerazione urbana.

Ma questi investimenti, ricorda Stanzione, non sono scontati né permanenti: possono orientarsi altrove se non trovano condizioni sufficientemente remunerative. Al contrario, un ecosistema dei saperi non è delocalizzabile. Se Milano saprà valorizzarlo e raccontarlo come proprio tratto distintivo, rafforzerà la propria capacità di trattenere risorse, competenze e investimenti sul territorio.

Immaginare Milano come città dei saperi significa anche lanciare un messaggio alle nuove generazioni europee e mondiali: un luogo dove ricerca, innovazione e cultura siano realmente valorizzate. Una città capace di attrarre ricercatori e professionisti da quei contesti in cui le libertà intellettuali, sociali e politiche si stanno restringendo.

Ma il cambio di narrazione non basta. Non basta definirsi città dei saperi per ridurre disuguaglianze e polarizzazioni.

Qui si apre la contraddizione che Stanzione invita a nominare: in una città degli eventi può non sembrare incoerente che un neolaureato del Politecnico guadagni la metà di un suo collega europeo. In una città dei saperi, invece, questa condizione diventa inaccettabile. Perché il lavoro qualificato, che esprime al massimo grado il “saper pensare” e il “saper fare”, deve essere adeguatamente remunerato.

È questa la sfida politica che Milano ha davanti: passare da una trasformazione già in atto ma non pienamente riconosciuta, a una scelta consapevole di sviluppo. Una scelta che non riguarda solo i milanesi, ma che può offrire un modello possibile per le città europee del futuro.

Milano, ancora una volta, può ripensarsi. Ma questa volta deve farlo partendo dai saperi, dal lavoro che li produce e dalla dignità di chi li genera ogni giorno.