venerdì, 30 Gennaio 2026

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Il modello Milano e l’emergenza abitativa da risolvere

L’editoriale di Luca Stanzione per il Sole 24 Ore

Il modello Milano e l’emergenza abitativa da risolvere

Quante declinazioni semantiche può avere il verbo «abitare»? Infinite, certamente ognuna ha in sé un legame di significato con la fase storica in cui diventa scelta, conquista, difesa. Abitare a Milano oggi significa moltissime cose: «stare a Milano» poter quindi usufruire di quelle interconnessioni funzionali tra sistemi diversi che condizionano positivamente o negativamente la vita, poter accedere ad un’offerta culturale, intrattenitiva, sociale, scolastica, sanitaria, lavorativa. «Stare» significa «occupare», chi decide di abitare o sceglie di resistere nell’abitare a Milano, vuole «occupare» un posto a Milano, farci parte, essere visto e considerato dentro un sistema di relazioni sociali, lavorative, temporanee, stabili, utili o funzionali.

Le scelte politiche sullo sviluppo immobiliare dell’abitare non riguardano la funzione protettiva di un «tetto sopra la testa» ma la cittadinanza come condizione indissolubilmente legata al diritto del singolo allo sviluppo economico di un intero sistema produttivo. Aldo Bonomi coglie questo aspetto da queste pagine.

Le ondate migratorie – dell’ultimo secolo ma potrei estendere la valutazione come fa Mattia Granata nella sua pubblicazione sul Modello Milano – hanno contraddistinto l’abitare di Milano trasformandolo in una precondizione dell’emancipazione dalla propria condizione precedente. Oggi per molti lasciare Milano è l’unica possibilità di sopravvivere a Milano. Per queste ragioni occuparsi di come e da chi viene abitata la regione milanese significa occuparsi del suo modello di sviluppo: se sarà una città capace di alloggiare studenti, ricercatori, professionisti, inventori, intellettuali sarà una regione capace di attrarre centri di ricerca pubblici e privati, diventare sede degli uffici di sviluppo delle grandi e medie aziende. Sarà in grado di trasformare lo spazio regionale milanese in un laboratorio creativo e propulsivo, riagganciare dinamiche di sviluppo internazionali, una speranza per Milano e per l’Europa. Se al contrario diventerà una città residenziale d’élite non sarà in grado di legare l’abitare con una fisionomia produttiva, sarà solo edificare alloggi in un’interpretazione estrattiva della collocazione spaziale della nostra Metropoli.

La scelta è straordinariamente politica e deve rispondere alla domanda: «In quale direzione vogliamo svilupparci?», «a quale Dio vogliamo votare?», «quale tipo di modello di sviluppo riserviamo a questa regione metropolitana?». Il mercato, inteso come ecosistema che di volta in volta trova un equilibrio di interessi, ha già dato una risposta. Una scelta che immanentemente pagano le classi medie funzionali sul lungo periodo rende del tutto marginale Milano nello scenario economico europeo e mondiale. In quel Milano «abitare» assumerà un unico significato: «risiedere» e non «partecipare a Milano». Non mi convince chi pensa di affrontare questa scelta di mercato occupandosi unicamente della casa come se «abitare» significasse disporre di un alloggio e non avesse una dimensione sociale, produttiva, economica, relazionale, esistenziale. Non sarà un piano casa pubblico o privato a risolvere la questione di come produrre a Milano. Nell’ultimo secolo Milano ha saputo sperimentare un municipalismo capace di condizionare il Mercato non contenendolo ma sfidandolo sul terreno della competizione, costringendolo a trovare un nuovo equilibrio più avanzato. Questo è stato il suo riformismo municipale. Le forze produttive e istituzionali avrebbero interesse ad un accordo territoriale di sviluppo della regione milanese che metta al centro le risorse territoriali come leva con la quale competere per l’Europa nel mondo.

Faccio un esempio molto concreto: vogliamo diventare la città che ospita il centro di sviluppo di Intelligenza digitale che coniughi etica e funzioni predittive sulla base dei dati oppure un enorme quartiere residenziale che ospita la manutenzione dei data center di Amazon che nel 2029 saranno edificati nella nostra area?

Un neomunicipalismo deve avere almeno tre caratteristiche: protagonismo delle forze produttive territoriali, sia il lavoro che gli investitori, pragmatismo politico coerente con una scelta economica strutturale, alleanza territoriale regionale e non circoscritta al singolo comune. La Camera di Commercio potrebbe essere un incubatore naturale in cui realizzare questo patto, un accordo con cui Milano riprenderebbe fra le mani il proprio futuro produttivo ed economico, sociale e vocazionale, etico. Un patto municipale capace di evocare un nuovo patto su scala continentale che ridefinisca l’Europa per i prossimi trent’anni.

Un’evocazione per nulla illusoria se si pensa che le Camere di commercio sono istituzioni di governo dei processi presenti nelle principali città d’Europa.

Segretario Generale della Camera del Lavoro di Milano